Docks 2017

La pittura si innamora dei luoghi abbandonati, accarezza paesaggi industriali, cerca soggetti nel mondo della produzione che non hanno caratteristiche di bellezza particolari o che non l’avevano prima che gli artisti lo scoprissero. La bellezza è qualcosa che deve essere rivelato dentro le pieghe di un mondo sempre più complesso, qualcosa che appare dall’inaspettato e che possiede la sorpresa del non visto. Lidia Bagnoli ha dipinto una serie di docks, di scali marittimi, in una città degli Stati Uniti di cui può anche non interessare il nome. I porti si assomigliano, i nomi potrebbero interscambiarsi senza problemi. Può variare il paesaggio attorno tra Rotterdam e Genova, ma i moli con il loro hardware gigantesco, con le gru e i carriponte tentacolari, sono un elemento comune che esalta la funzione di questi non-luoghi. Tutto transita, le merci si muovono in continuazione e ormai anche gli uomini fanno lo stesso, forse tutto è diventato merce e lo scambio economico è l’unica energia vitale. Ma questi apparati produttivi quando sono colti nei loro momenti di pausa, diventano degli scenari strani, un po’ surreali come di una grande potenza messa in pausa, paesaggi industriali sospesi tra il naturale e l’artificiale, tra l’organico e l’inorganico. Sono dei mostri in stand by, appaiono “innaturali” nel loro star fermi, immobili.
Lidia Bagnoli ha messo insieme una serie di opere di grande forza. La sua pittura veloce e meditata insieme, il suo segno quasi graffiato e il colore/noncolore, danno a queste tele un senso di meditazione malinconica sulla vita e sul tempo che scorre. Il fatto che abbia scelto un non-luogo come i docks di un porto qualsiasi, esalta questo senso di straniamento perché nulla si frappone tra i sentimenti suscitati e il soggetto dell’opera. Ancora una volta l’arte è “espressione di emozioni” e lo stesso soggetto, come la sua scelta da parte dell’artista, non è in sé rilevante e assoluto. La Bagnoli restituisce qualcosa che l’ha profondamente colpita, ci trasmette l’emozione estetica di un momento della sua vita. Il senso malinconico deriva dal fascino dell’inatteso, il porto è un luogo su cui si trascorrono poche ore, esseri umani e merci vi transitano, non lo abitano. Ma lo abitano eterni sentimenti di fuga, di viaggio, di desiderio dell’oltre, di desiderio di partire o di veder partire senza muoversi. Il porto è un limite che può dare felicità e dolore.
In questi lavori poi si amplifica il senso del vuoto e della solitudine. I porti deserti dai loro traffici quotidiani mettono insieme le dimensioni gigantesche con una scala sovrumana, con la durezza dell’acciaio e dei macchinari mossi da energie prodigiose e sovrumane. La pittura traccia un universo di rispecchiamento emozionale in qualcosa d’altro, la Bagnoli supera qualsiasi intento descrittivo tracciando una geografia sentimentale. I docks deserti sono l’attesa di qualcosa che fa parte del mondo della stessa pittrice che riesce a farli diventare dei luoghi dell’anima. Sono l’equivalente delle rovine gotiche nei quadri di Caspar David Friedrich, catalizzano il rapporto tra l’uomo e la grandezza delle cose e del mondo. Forse il tempo lo hanno creato gli uomini, riflettere sul senso della vita oggi ha più significato tra gli edifici industriali che in una natura sempre più distante e incomprensibile. E poi i porti sono da sempre dei luoghi abitati dai poeti e dai pittori.Il primo quadro che diede il nome al gruppo impressionista, “Impression soleil levant” di Monet aveva come soggetto il porto di Le Havre. Stazioni e porti nell’Ottocento era i simboli di un cambiamento antropologico e la sensibilità degli artisti aveva colto una nuova bellezza.
I docks di Lidia Bagnoli richiamano alla mente anche le visioni architettoniche di Jonathan Guaitamacchi o di Giacomo Costa, ma in lei prevale la dimensione più intima e personale. Il mondo industriale non è visto come la metafora del futuro, la Bagnoli si arresta di fronte alle proprie emozioni, ad una passeggiata al meriggio, ad un cogliere l’inatteso dal cuore pulsante del mondo industriale sospeso in una pausa del suo incessante “funzionare”. La pittura parla il suo linguaggio, la tecnica dell’artista amplifica quel senso esistenziale di partecipazione e di distacco contemporaneamente rispetto al soggetto stesso dell’opera. Ombre e dettagli, linee e accostamenti tonali, formano delle composizioni rigorose e chiare, ma con quel minimo di vaghezza che ci fa cogliere ciò che appare oltre il visibile, dietro lo specchio del mondo.

Valerio Dehò